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FALCONERA I I I
Dopo mesi di attesa è giunta l’ora della partenza per il nostro viaggio in BELIZE, dove capitan Renzo ci aspetta con Falconera III per una vacanza tra le lagune incontaminate di questo paese.
Verona, Londra, Miami sono le nostre tappe.
Con un po' di ritardo partiamo da Verona in una mattinata fredda e nebbiosa.
Al nostro arrivo a Londra troviamo subito all’uscita dell'aeroporto una hostess che ci accompagna velocemente all'imbarco intercontinentale per Miami; dopo una corsa un po' affannata tra corridoi, scorciatoie e zone di accesso riservate raggiungiamo il Boeing 747 della British Airways, dove l’equipaggio ci accoglie con un “ben arrivati - vi aspettavamo con ansia".
Dopo 15 minuti per sistemarci, finalmente partiamo dalla piovosa Londra. Tra aperitivi e pranzetti 10 ore di volo filano via veloci.
La città di Miami ci accoglie tra il frastuono dell'aeroporto interconti-nentale e il via vai della gente e dei taxi, tra il movimento dei colori e delle luci del Luna Park chiamato USA. Dentro tutto questo ci siamo noi, attori protagonisti di questa avventura appena iniziata.
Il tragitto con il taxi per raggiungere l'hotel è piacevole: i colori del panorama riscaldati dalla luce del sole ormai al tramonto ci avvolgono in una gradevole sensazione di relax. Arriviamo all'hotel, tipico degli anni '60, dove il tempo sembra essersi fermato.
Una doccia e via subito nella caotica Miami Beach, dove alla sera si scatenano tutti i venditori delle cibarie più strane; sul lungomare affollatissimo di oggetti Art Deco', i sapori e i profumi si mescolano tra loro creando un'atmosfera magica.
Nessuno di noi riesce a resistere ad un autentico Hot Dog americano. Ci sediamo poi nel più classico dei ristoranti italiani, il “Tiramisù”, per una abbuffata general.
Il mattino seguente lasciamo la città di Miami per proseguire il viaggio verso la nostra meta.
Due ore di volo e finalmente arriviamo in Belize dopo due giorni di viaggio pieni di emozioni. L'avventura inizia subito, alla ricerca di un taxi in questo piccolo aeroporto della capitale, Belize City, che conta solo 20.000 abitanti. Eccolo finalmente l’indirizzo gelosamente custodito di una località dal nome Maya Landing, dalla quale dobbiamo proseguire per l’isola di Mohoky dove troveremo Renzo e Falconera III, pronta ad accoglierci nel suo "pancione" per accompagnarci in passeggiata all’interno della barriera corallina.
Maya Landing ci appare spoglia: una panchina e alcune mangrovie, un pontile e un cartello che dice "Boat-service per Mohoky ogni ora dalle 8 alle 22". Sono le 13:30, abbiamo quindi una mezzoretta per guardarci attorno e vedere questo posto vergine e solitario con solo sei coccodrilli assonnati sotto il sole.
Allo scadere dell’ora, cioè alle 14:00, eccolo che spunta da dietro l’ansa di mangrovie il nostro taxi-boat, una barca aperta con un ragazzotto di colore che porta un cappello di cuoio e assomiglia ad Indiana Jones e che ci invita a salire velocemente sulla barca per Mohoky. L’attraversata è veloce e dopo 10 minuti siamo già sull’isola; entriamo in darsena e finalmente un'esclamazione generale: ecco Falconera III davanti a noi.
Dall’imponente poppa della barca sbuca come un folletto nel bosco Renzo, che sbracciandosi ci saluta. Baci e brindisi di rito e domande di cortesia sul viaggio fatto per arrivare in questo angolo sperduto del mondo. Beviamo un punch al rum nel pozzetto con gli sguardi assorti all'ambiente circostante ricco di palme ed alberi di barche e con alle nostre spalle il tramonto dorato caraibico.
Arriva il momento della cena, spaghetti a volontà. Poi parliamo delle nostre curiosità sul Belize e decidiamo di visitare il mattino seguente l’interno del paese. Renzo prende contatti con Roger, una guida locale, la quale ci accompagnerà in questa nostra prima escursione.
Un sigaro Havana e due gocce di pioggia chiudono il nostro arrivo sull’isola di Mohoky.
Ci addormentiamo con il magico dondolio del mare. Alle 4 del mattino, quando arriva il momento del "fuso", siamo tutti svegli, ci facciamo una risata e poi riprendiamo a dormire, ma dopo qualche ora, verso le 6, l’alba ci sveglia del tutto. Nell’aria un profumo di caffè inonda la barca proprio come a casa da mamma Emma.
Dopo colazione, mentre aspettiamo la guida, parliamo dei giorni di navigazione che ci attendono negli atolli del reef.
Arriva Roger, aitante giovane del luogo. Ha la carnagione scura, i lineamenti meticci, i capelli ricci e neri e un codino alla Fiorello, un'auto tutta nera, una vecchia Ford del '69 rigorosamente preparata per gli ospiti. Sul cruscotto fiori di plastica con rugiada finta e l’immancabile Arbre Magic alla vaniglia appeso allo specchietto retrovisore; ci scambiamo due parole in inglese e poi via verso l’interno, destinazione Altun Ha, rovine maya del '600 a.C. Percorriamo stradine impervie immerse in un paesaggio selvaggio, le cavalchiamo alla velocità di 30 miglia orarie; lungo la strada incontriamo personaggi che hanno dell'incredibile: ci riesce difficile capire come facciano a vivere in questi luoghi dove il nulla primeggia oltre la foresta.
Dopo due ore di viaggio arriviamo alla meta e i guardiani delle rovine ci chiedono i dollari per il biglietto d’entrata, che serviranno per mantenere intatto il luogo, e ci invitano a mettere la firma sul registro dei visitatori. Ci salutano in spagnolo avendo capito che siamo italiani.
Le rovine di Altun Ha non sono maestose come quelle del mitico Yucatan ma essendo molto antiche emanano ugualmente un loro fascino. Il prato della Pelota con le quattro gradinate e la torre dei sacrifici con all’interno una testa di giada, ci regalano emozioni di un tempo passato.
Dopo la visita sul Viggio, al ritorno Roger ci invita a casa sua; noi accettiamo volentieri anche perché il pranzo è compreso nel costo dell’escursione. Due lunghi divani ai fianchi della tavola coperta di tela cerata, posate d’epoca lavorate, i classici bicchieri enormi con Coca cola e ghiaccio, e gli alimenti tipici locali: riso, pesce, pollo speziati. Il tempo scorre via veloce in questa casetta che sembra una palafitta, tutta colorata di verde e azzurro, con un soggiorno grande e due porticine per entrare nelle camere.
Dopo pranzo andiamo in una riserva naturale, dove una studiosa inglese cura gli animali della foresta ammalati o feriti per poi liberarli. Tucani, giaguari, scimmie urlatrici, pellicani tapiri, coccodrilli e altre specie a noi sconosciute ci accolgono sicuri nel loro habitat naturale, in attesa di poter riprendere presto la loro libertà.
Alle 5 della sera Roger ci riaccompagna alla base. Ci ringraziamo a vicenda con un "arrivederci alla prossima occasione", non dimenticando la riscossione della cifra in dollari americani pattuita alla partenza. Al rientro in barca troviamo Renzo che ci copre di domande sull'escursione; rispondiamo soddisfatti davanti a Custoza e grana come aperitivo. Sono le 6 della sera, la nostra ora più lieta. “La cena è servita” ci avverte Renzo; tranci di barracuda e scampi favolosi, innaffiati dall’imman-cabile Custoza, che prima o poi finirà.
Al momento del caffè Daniela sorprende tutti e sfila dalla sua borsa una bottiglia tascabile di grappa veneta esclamando: "non poteva mancare!"
Dopo cena, andiamo tutti nel pozzetto con capitan Renzo, il quale ci illustra tutto il percorso di navigazione che faremo dal mattino seguente quando inizierà la nostra vera vacanza. Con un sigaro e un goccio di rum sotto un manto di stelle, vola via anche la nostra prima giornata in Belize.
Alle 6 si può già scorgere il chiarore del mattino; la vita in barca si svolge in maniera naturale con sveglia all’alba e riposo al tramonto. Dopo una sana colazione e un controllo generale a Falconera III, si parte verso il reef. Durante la navigazione che scorre tranquilla, con vento a 10 nodi da nord-est, Renzo ci racconta tutte le insidie che può comportare la navigazione all’interno del reef, in primo luogo per coralli e secche, ma con un occhio sempre vigile a prua e all’eco scandaglio.
Lasciamo Carlo al timone e scendiamo in coperta per analizzare la rotta con tutta la strumentazione di bordo, computer via satellite e g.p.s., un sistema elettronico satellitare di sicurezza per non perdersi nei mari del mondo.
Ad un certo punto succede l'imprevisto: momento di panico a bordo, la barca frena all'improvviso e si abbassa perico-losamente di prua per poi fermarsi.
Siamo entrati in secca, la barca si è insabbiata, perchè improvvisamente il fondale è passato da 10 a 1,4 metri. Renzo invita tutti alla calma, Carlo non riesce a capacitarsi dell’accaduto. Si passa quindi alle operazioni per liberare la barca. E' Renzo ad organizzare tutto: cala il gommone in mare e porta l'ancora di emergenza a fonda sul lato destro, a una ventina di metri più indietro. Con l’aiuto del vento e del motore, con una manovra di 10 minuti riusciamo a liberare Falconera III per proseguire verso Colson Caye, la nostra prima tappa nella quale sosteremo per la notte, prima di raggiungere la laguna di *Turniff Island.
Verso sera avvistiamo l’isola dove troviamo una barca francese alla fonda; ci avviciniamo chiedendo via radio qualche dritta per entrare nella baia e facciamo subito amicizia con i francesi che stanno pescando; Renzo ci dice che pescare è tempo sprecato per noi, considerando quello che ci aspetta nelle escursioni alle prossime isole. Poi Renzo scambia alcune informazioni di navigazione con i francesi. La giornata finisce con brindisi e cena e poi a letto presto.
Al mattino riprendiamo la navigazione con destinazione Turniff Lodge, un’isoletta privata all’interno di una laguna (*Turniff hail), il più grande atollo del Belize dove un americano ha costruito un lodge per pochi ospiti.
Il sole brilla alto riflettendo i suoi raggi sulle onde della vasta distesa d’acqua. La spiaggia è deserta e il calore avvolgente che si alza dalla sabbia aumenta il benessere offerto dal contatto ritrovato con la natura. La pace dell’ambiente circostante sembra quasi irreale sotto il tetto di quell’immenso cielo azzurro. I movimenti continui e possenti dell’oceano, unici segnali del lento passare del tempo, bagnano ritmicamente la costa. Il relax è totale, lontano dalla nebbia di smog che corrode la città e con la mente libera e la consapevolezza di essere immerso nella natura, in una dimensione che solo un sogno avrebbe potuto rendere reale.
Navighiamo nella laguna per cercare un’uscita verso il mare aperto e dopo un paio di ore di ricerca incontriamo una barca di pescatori ai quali Renzo chiede dove trovare la pass per uscire; ci fanno vedere la loro pesca di aragoste e ci chiedono se abbiamo a bordo birra e Coca cola da barattare con il loro pesce; ben contenti barattiamo Coca e birra con belle aragoste, e così la cena è assicurata. Renzo chiede loro se possono darci delle indicazioni per uscire; il capo dei pescatori risponde che con dieci dollari ci può accompagnare lui e così ci accodiamo alla loro barca e dopo 10 minuti arriviamo al passaggio, 100 metri di larghezza e 2 metri di profondità appena giusti per Falconera III.
Ci inoltriamo in mare aperto con una giornata stupenda e un incredibile mare piatto, un lenzuolo di seta blu, come da mesi non accadeva a detta dello skipper. Navighiamo in maniera lenta e piacevole e arriviamo nel primo pomeriggio al lodge. Due spaghetti, poi un riposino ed infine il primo vero bagno senza vestiti in una laguna azzurrissima. Verso sera sbarchiamo a terra con il gommoncino per una visitina veloce nel lodge, senza addentrarci, visto che è proprietà privata. Il tempo di scattare qualche foto di stelle marine in pochi centimetri d'acqua e poi tutti a bordo per il classico spuntino in attesa che Renzo sfoggi la sua abilità di cuoco preparando le aragoste.
Quando alle 7 di sera ci raduniamo nel pozzetto per la cena, l’attesa è grande; all’improvviso da sottocoperta appare un vassoio di aragoste dorate con olive e salsine varie, facciamo un caloroso applauso al cuoco e poi giù a gustare i piaceri del palato. Il mare immobile e la luna splendente nel cielo zeppo di stelle fanno da sipario a questa giornata trascorsa felicemente.
Renzo, prima di darci la buona notte, ci avverte che l’indomani sarà una lunga attraversata, 30 miglia di mare aperto, e perciò bisogna riposare perchè all’alba si riparte
Durante la notte il vento gonfia il mare superando la barriera come in un abbraccio; questo vento da est "sul naso" non è proprio il massimo visto che dobbiamo fare ancora 30 miglia e percorrerle con il vento contro vuol dire farne 60; Renzo ci assicura che non c’è nessun pericolo e che la nostra meta di *Alfmoon Caye vale questo sforzo.
Inizia la navigazione in questo mare non più di seta ma un po' imbronciato e subito troviamo le prime difficoltà per il vento e il mare contro; bisogna risalire a bordi. Il blu dell’orizzonte si fonde con l’ultima estremità visibile dell’oceano. Il vento gonfia le vele della nostra gloriosa Falconera III, fedele compagna e vecchia lupa dei mari di tutto il mondo. Solo l’aspro movimento delle onde anima il paesaggio, in qualunque direzione volgiamo lo sguardo; l’infinita distesa d’acqua in balia delle correnti segue il nostro cammino alimentato unicamente dai nostri desideri e dalla necessità di ritrovare quelle sensazioni di libertà e di tranquillità che solo la fanciullezza ci aveva regalato ma troppo presto tolto. Guardiamo i nostri volti segnati dal vento e dal sole ma sorridenti. In quei momenti nessuno di noi parla, nessuno osa rubare spazio al suono delle acque che si aprono sotto la prua affilata. Anche questo nuovo giorno sarà meraviglioso e ci arricchirà di nuove indimenticabili esperienze. L’oceano, il vento e le nostre sensazioni diventano insostituibili maestri di vita e ci trasmettono quello che i libri non possono descrivere. E nel silenzio della nostra conversazione inconscia l’avventura prosegue laggiù dove l’orizzonte sembra non finire mai.
Tra un bordo e l’altro dopo 6 ore di navigazione, Carlo avvista l’isola tra la soddisfazione generale. Siamo tutti un po' stanchi dopo quelle danze sulle onde; calando randa e fiocco entriamo in quella stupenda laguna dai colori fiabeschi, verde smeraldo, turchese, blu intenso, una meraviglia della natura in una delle sue massime espressioni.
Piano, piano, a motore, con Carlo a prua per evitare i coralli, entrati nella laguna diamo fondo, davanti al faro dell’isola di *Alfmoon Caye, dove ci sono solo un faro e due case di pescatori, una spiaggia di palme e mezza isola coperta da un fitto palmeto nel quale nidificano centinaia di uccelli. Ammainiamo il canotto per raggiungere l’isola e per iniziare l’escursione; ci dirigiamo verso il faro per incontrare il guardiano che vive da solo in questo atollo. Ricevere visite è per lui ogni volta un'autentica festa. L’uomo sembra uscito da un libro di Hemingway, mentre lo guardiamo seduto su un tronco a tagliare cocchi.
Brindisi di rito e poi in spiaggia per un bel bagno rilassante. Pennichella sulla spiaggia e infine una passeggiata nella riserva naturale, dove ci sono centinaia di nidi di uccelli. Presi dall’emozione e timorosi di disturbarli con le nostre macchine fotografiche, facciamo uno scatto veloce e poi via nuovamente sul gommone per raggiungere il reef e fare delle immersioni in questo acquario di coralli e pesci di ogni specie.
Verso sera la corrente sul reef, armata dal vento, diventa più fresca. E' arrivata l’ora di risalire a bordo; dopo una doccia artigianale ma efficace, l’immancabile aperitivo delle 6, l’ora lieta, Custoza e pizza, in attesa della cena. Renzo comincia ad interpellare tramite radio tutti gli amici naviganti per avere notizie meteo sulle prossime giornate, cercando conferme alle sue previsioni e ricevendo notizie positive e confortanti da tutti gli amici sparsi nei Caraibi. Per cena "un mitico" risotto ai porcini, zucchine giganti fritte, l’immancabile Havana e un goccio di rum a fine giornata.
La notte ci riserva sia un po' di emozioni sia tensioni; il vento è salito a 30 nodi e Falconera III si agita al dondolio del mare nonostante ci troviamo alla fonda in laguna, mentre la pinna tocca sul fondo a ritmo costante, con il capitano e tutto l’equipaggio svegli. Diamo un controllo generale all’ancoraggio ma il capitano ci rassicura del fatto che il mattino seguente il tempo sarà buono per raggiungere il Blue Hole, il grande buco blu. Un precipizio sottomarino di 300 metri di profondità e 120 metri di larghezza situato proprio nel centro della laguna come un enorme pozzo naturale in una laguna che non supera i 3 metri di profondità.
Torniamo tutti in cuccetta più tranquilli ad attendere l’alba, con i minuti scanditi dal tintinnio del sagolino della campana del tangone.
Il nuovo giorno arriva ed il sole si alza piano accarezzando le nuvole all’orizzonte del reef; gli uccelli dell’isola sono già in volo sui nidi, ed il vento è più calmo, come previsto; dopo una colazione sacrosanta leviamo le ancore verso la nostra ultima meta: il Blue Hole.
Navighiamo sempre all’interno del reef per altre 10 miglia; le patate di corallo sono la nostra insidia, mentre Renzo è al timone e Carlo a prua per guidare la rotta. Dopo un paio di ore siamo nelle vicinanze del Blue Hole, e con l’aiuto del g.p.s. e delle nostre coordinate sulla cartina diamo inizio alla caccia a vista del buco blu per un raggio di mezzo miglio; ad un certo punto il capitano con occhio di falco leva un grido e finalmente a sinistra di prua appare davanti a noi uno spettacolo straordinario, un grande pozzo con un reef a cerchio perfetto, con i gabbiani appollaiati sui coralli con l'aria fiera da sentinelle.
Un aperitivo con l’immancabile vino, un bagno rinfrescante in attesa del pane caldo dal forno e il piatto del giorno: gnocchi, incredibile ma vero, grande abbuffata generale e poi pennichella.
Nel tardo pomeriggio con il sole spostato verso sinistra della nostra rotta e le patate ben visibili, iniziamo il rientro per Alfmoon Caye dove al mattino via radio ci siamo accordati di incontrarci con Andrea e la sua Maistrac. Andrea, un giovane capitano affascinante, sguardo da vecchio lupo di mare, occhi di ghiaccio, è da un anno in navigazione nei mari dei Caraibi con alcuni ospiti a bordo. Giunti a Alfmoon Caye, l'equipaggio sale a bordo di Falconera III per festeggiare il nostro incontro in quell’atollo sperduto con pizza alle olive appena sfornata e dell’ottima birra. Andrea chiede a Renzo alcune dritte su come raggiungere il Blue Hole visto che loro l'avrebbero visitato il giorno seguente. Renzo gli spiega che l'unica difficoltà per raggiungerlo è costituita dalle patate, i pezzi di reef sparsi qua e là per tutta la laguna; è consigliabile andare e tornare con cielo sereno e sole alto in modo da avere una visuale ottima, visto che bisogna navigare con 4 occhi, 2 al timone e 2 a prua. Andrea raccoglie i consigli e le coordinate del Blue Hole, e poi i due equipaggi si salutano con un "arrivederci e buon vento".
Per cena lo skipper propone una sana minestra di verdure, visto che in questi giorni ci siamo ingozzati al punto di scoppiare. La proposta viene ben accettata da tutti. Durante la cena Renzo spiega la rotta per l’indomani sulla via del rientro sperando nel buon tempo visto che le previsioni meteo raccolte ci consigliano prudenza per un fronte in arrivo che forse si dissolverà prima di raggiungerlo, o altrimenti lo becchiamo sul muso. Una sbirciatina in TV alle riprese fatte con la telecamera al Blue Hole e poi l'augurio di una buona notte. Il vento da est è a 20 nodi, ma durante la notte aumenta per poi stabilizzarsi verso mattina. Alle 6:20 tutti svegli a guardare la cartina meteo in trasmissione via satellite sul computer di Renzo che ci dice che il fronte è in arrivo ma dissolto con vento da sud-est. Possiamo quindi ripartire abbastanza tranquilli sulla via del ritorno anche se il cielo è coperto. Durante la navigazione alcune belle onde lunghe ci accompagnano.
Per una volta abbiamo il vento a favore, e così proviamo a gettare la lenza nella speranza di pescare qualcosa, visto che in questi giorni la pesca non è stata favorevole; ad un tratto ecco un fruscio della lenza e il grido "preso" di Renzo il quale molla il timone a Vanni e si mette ad armeggiare con mulinello e canna; “preso - preso” ripete varie volte, e dopo un’ora di lotta riusce ad aver ragione di un bell'eldorado di circa 8 kg, così la cena è salva ma di questo non avevamo il minimo dubbio.
Nel primo pomeriggio avvistiamo l’isola di Tarniff con la sua laguna di un verde fluorescente, a circa tre miglia di distanza; l’isola sembra sospesa in una nuvola di colore verde smeraldo sul manto blu scuro del mare profondo. Entriamo in laguna dando fondo alle 2 ancore per l’ancoraggio notturno in attesa del giorno seguente. Uno spuntino ed un po' di relax, mentre Renzo comincia ad armeggiare con il pesce per la cena, prima a poppa e poi in cucina, e Daniela impasta il pane. Arriva l’ora lieta del tramonto, perciò aperitivo di rito con salatini e salsina e punch al rum. Calano le prime ombre della sera tra il fruscio delle palme sull’isola deserta e le impetuose onde del mare sul reef. La cena è pronta: pesce a gò gò, "megamangiata" di eldorado, rum e poi buona notte a tutti.
La notte scorre via liscia nel dondolio della laguna. Al mattino di buonora diamo uno sguardo al cielo che promette pioggia; non serve aspettare il meteo per capire che si deve rimanere alla fonda in laguna fino al passaggio della perturbazione. La noia ci assale ma non ci sono alternative: chi legge, chi scrive, chi controlla il meteo per i prossimi giorni in attesa di schiarite.
Ad un tratto il capitano, dopo aver scrutato attentamente il cielo e consultato le cartine meteo di Miami e dell’amico Chicco, dice: "si parte! - il vento è favorevole".
Partiamo con il cielo ancora coperto e qualche nuvola carica di pioggia. Siamo ai Caraibi, e qui, si sa, sono rare le giornate senza acquazzoni. E poi le cartine meteo, confermate da Chicco, parlano chiaro: venti da 15-20 nodi est-nord-est, otto miglia di mare aperto e poi attraverso la pass di Glory Caye navighiamo nella laguna ben protetti dai reefs e dalla sequenza di cayes che corrono paralleli alla barriera corallina. Percorriamo 4 miglia tranquilli con rotta 240° gradi e vento da sud-est, come ci spiega Renzo, con il solo yenki. Poi il cielo diventa tutto grigio, il mare monta e l’isola di Southermoon che si intravvedeva nitidamente a prua ora sparisce dalla nostra vista. Secondo Renzo è impossibile riuscire ad entrare nella pass in quelle condizioni, perchè è troppo stretta, ed inoltre vento, mare e pioggia stanno aumentando progressiva-mente. Il vento gira a nord-est; stiamo navigando con mure a sinistra, e se non facciamo un bordo, finiremo comunque sulla barriera. Carlo, alle prime esperienze, complica la situazione lasciando troppo la scotta, il ché provoca delle tremende frustate allo yenki sulla strada di prua. Passiamo sulle altre mura per allontanarci dal reef e puntiamo più a nord, sulla pass più agevole tra English Caye e Gulf Caye.
"Il primo pericolo è scongiurato!" grida Renzo, ora bisogna ridurre tela issando prima la randa terzarolata per agevolare le operazioni e anche per poter risalire il vento, nel caso assai improbabile che giri a nord.
Renzo ci guarda per vedere su chi può contare per un aiuto; siamo tutti mogi, bianchi, impauriti con il bugliolo pronto a raccogliere la lauta colazione, divorata due ore prima. Vanni si fa coraggio e si mette al timone alle prese con raffiche che arrivano fino a 50 nodi, confortato da Renzo che intanto armeggia con borose e drizze.
Quando siamo ben invelati e il vento è tornato a valori normali, entriamo nella laguna. Cessa di piovere e ad uno a uno si sale allo scoperto, mentre il tranquillo ridosso di Robinson Caye ci riconcilia con la vita, tanto che non resta niente dell'abbondante pranzo preparato.
Ci avviciniamo verso l’isola di Robinson Caye, ed un profumo di pesce che arriva dalla cucina solletica il nostro appetito e così appena ci fermiamo diamo subito mano alle forchette e al buon pesce fresco. Dopo un riposino, Renzo cerca di capire i motivi di questa burrasca imprevista e imprevedibile, ma non ottiene risposte chiarificatrici dai suoi amici, increduli del fatto e così viene registrata sul diario di bordo e tutto finisce lì.
Avvistiamo una barca di pescatori, i quali ci offrono 2 kg di pesce per 5 dollari americani. Anna, la nostra economa, dà l’ok così anche per cena abbiamo del buon pesce fresco e l’immancabile pagnotta di pane al forno che inonda la barca di un profumo estasiante. Sono le 6, la cosiddetta "happy hour": aperitivo nella laguna protetti dai 4 venti tranquilli e rilassati in attesa della cena. Ci gustiamo il pesce con il nostro pane caldo e Custoza parlando dell’esperienza fatta augurandoci di non ripeterla.
Prima di andare a letto si decide cosa fare il giorno dopo; Renzo non si sbilancia, ci dà la buona notte rimandando tutto alle notizie meteo del mattino dopo.
L’alba arriva dolce come una carezza affettuosa dallo stesso mare che il giorno prima ci aveva schiaffeggiato. Un caldo caffè davanti al computer e lentamente ci appare la nuova cartina meteo, che assicura "tutto ok - il fronte è dissolto", poi un'occhiata al cielo ancora con un po' di nuvole ma tranquillo. Quando fra un po' il cielo si aprirà, il sole sarà libero di donarci gli ultimi raggi di questa vacanza. Si parte per Robinson Caye a sole 6 miglia di laguna, ultimo caye prima di approdare in darsena.
L'isola si presenta come un campione raro della mitica isola di Robinson Crusoe, un po' di palme, una casetta di pescatori, nidi di aquile di mare, pellicani ed un gruppo di sterne con i piccoli. Appena sbarcati c'è un fuggi- fuggi generale, solo l'aquila rimane a volteggiare sopra il suo nido, probabilmente con i piccoli. Con un bastone facciamo cadere delle noci di cocco per dissetarci e ci sediamo ad aspettare che tutto ritorni come prima, per poter deliziare i nostri occhi di quel piccolo paradiso. Un bel bagno rinfrescante e poi tutti sdraiati al sole splendente dei Caraibi.
Nel primo pomeriggio Renzo ci dice, dando uno sguardo al cielo, che forse è meglio fare un piccolo sforzo e percorrere le 16 miglia che mancano per arrivare alla darsena di Moon Caye, prima dell’imbrunire, senza rischiare una notte in laguna, viste le nuvole che aumentano minacciose. Così rientriamo tristi tristi, salutiamo Robinson Caye e torniamo in barca. Iniziamo le manovre per partire, levando l’ancora e preparando fiocco e randa; appena fuori dai fondali bassi issiamo la vela per l’ultima navigata. Durante il rientro siamo un po' mogi, ma a 5 miglia dalla darsena vediamo Maistrac, la barca di Andrea, che ci allieta un po' e così Falconera III e Maistrac si avviano lentamente per concludere insieme la crociera come due marinai stanchi dopo un lungo ma bellissimo viaggio.
E’ ormai il tramonto. Il sole non si vede ma il colore rosso nascosto sotto le nuvole domina la laguna dorata specchiandosi in essa.

FINE
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